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La vita di carta di Caterina Crepax

In giapponese Kami significa divinità ma anche carta e a Caterina Crepax, architetto di formazione ma artista per vocazione, piace pensare che questa assonanza conceda alla stessa un’anima immortale in continua trasformazione. Un semplice foglio bianco può diventare una pagina di un libro, una lettera d’amore, un manifesto o, perché no, strisce di parole ritagliate e assemblate per dare forma ad una delle gonne dei suoi abiti-scultura.

Grazie all’amore per la carta, Caterina dà forma ai suoi sogni, creando volumi leggeri ispirati al mondo che ci circonda. Conosciamo meglio l’artista dei diciotto abiti de “La Gentilezza della carta” in mostra fino all’8 maggio negli spazi di F.FRI.

Come hanno influito la tua infanzia e la tua formazione sul tuo modo di fare arte?

In famiglia erano tutti talenti naturali: non solo mio padre fumettista e illustratore noto a livello internazionale, ma anche una pianista, un primo violoncello alla Scala, una pittrice di tessuti e uno scopritore di talenti musicali. Era facile coglierne l’estro creativo, tant’è che da bambina vivevo in un modo immaginario tutto mio, per me importante quanto quello reale.
Ricordo che amavo ammirare le tappezzerie inglesi che rivestivano le pareti di casa e perdermi nello scoprire sempre nuovi dettagli: foglie di ogni foggia e sfumatura, uccelli nascosti tra le fronde, bacche, rami e un’immensa varietà di frutta. A causa della mia timidezza, l’unico modo per entrare in contatto con me era attraverso i miei disegni e le piccole creazioni tridimensionali che realizzavo con la carta.
Per insicurezza, invece di frequentare Scultura o Scenografia all’Accademia d’Arte di Brera, ho seguito il consiglio di mio padre iscrivendomi ad Architettura. Una scelta tutt’altro che scellerata che mi ha insegnato a dare un senso alla mia fantasia strabordante, allenando la mia mente ad immaginare forme tridimensionali di grandi proporzioni. Alla fine, in un modo o nell’altro, alla scultura ci sono arrivata comunque, non con il marmo ma con la carta.
Ho scelto la leggerezza del primo materiale che ho amato nella vita.

Quando hai capito che la tua passione poteva diventare un lavoro?

Tutto è iniziato nei primi anni Novanta, quando il designer Nicola Gallizia notò delle mie semplici decorazioni floreali e mi propose per un allestimento al Salone del Mobile. In quell’occasione mi furono commissionati i primi abiti da realizzare con carte di uso comune come scontrini fiscali, buste e carta triturata negli uffici. Il risultato stupì il committente e il pubblico, incuriosito da quelle sculture leggerissime. Non erano altro che vestiti svuotati dei corpi ma che ne mantenevano la forma. Da lì i primi articoli, le prime richieste di collaborazione, le prime mostre e a seguire un fiume di circostanze che mi hanno portata fin qua: dai workshop nelle scuole, al teatro, alle sfilate fino alla televisione. Non è stato facile, e a volte mi stupisco ancora di questa trasformazione.

Il rapporto con la carta è cambiato negli anni?

No, l’ho sempre amata. Fin da bambina ho disegnato su qualsiasi tipo di supporto a mia disposizione, dalla carta del macellaio e quella del pane fino agli scarti delle tavole di mio padre. Amavo le scatole, le confezioni, i vecchi diari e i libri pop up che, in particolar modo, hanno alimentato il mio interesse per la terza dimensione, tant’è che fin da piccola ho sempre arricchito ogni mio disegno con qualche piccolo elemento a sbalzo, una piuma, un pizzo, la tesa di un cappello. Nel tempo, ho affinato la mia tecnica grazie allo studio dei tanti tipi di carte, sia naturali che industriali, della loro resistenza nel tempo, delle lavorazioni sempre più ardite e dei trucchi per renderli indossabili e resistenti anche su un corpo in movimento.

Purtroppo in Italia, il materiale con il quale ho deciso di esprimermi artisticamente è sottostimato in quanto considerato facilmente deperibile, ma io sono cresciuta modellando la carta, la amo e penso che abbia una grande potenzialità creativa, progettuale ed espressiva.

E al mondo della moda, come sei approdata?

Non sono solita a sfogliare libri o riviste di moda, anche se a volte scopro delle corrispondenze con alcuni stilisti e riconosco il genio espresso dalle loro collezioni. All’inizio della mia carriera, a Londra, ho assistito ad una sfilata di Alexander McQueen e nelle sue creazioni l’arte l’ho vista eccome!
Così come l’ho vista in una retrospettiva di Capucci che mi ha letteralmente incantata, mentre i modelli di Issey Miyake, che sono in tessuto ma spesso sembrano di carta, mi hanno fatto riflettere sul rapporto che entrambi, io e lo stilista, abbiamo con il materiale che utilizziamo. Lo tocchiamo, lo soppesiamo, valutiamo la sua consistenza e il modo in cui “cade” per decidere di farne un corsetto o una gonna, un abito aderente o uno arioso e leggero, inoltre entrambi ci perdiamo nelle grafiche, nelle tonalità, nelle fantasie allo stesso identico modo e con lo stesso scopo. Questo ha fatto sì che, negli anni, mi avvicinassi sempre più alla moda.
Mai avrei immaginato di relazionarmi con un mondo che ho sempre guardato da lontano e con un po’ di sospetto e che, invece, mi si è rivelato autentico, sincero e pieno di grazia.

Venendo alle tue incredibili sculture, dove trovi l’ispirazione?

Tutto comincia da un’immagine, che sia cercata o subìta come una visione. Se il lavoro ha un committente e deve rappresentare qualcosa di preciso, è proprio quel mondo che mi suggerisce come posso metterlo in scena, pescando tra le sue immagini e i suoi contenuti e rimontandoli insieme in armonia.

Nella maggior parte dei miei lavori inoltre non manca mai un accenno alla Natura: un rampicante che fuoriesce dal dettaglio decorativo a spirali di una gonna e si arrotola su se stesso, delle foglioline che nascono dai cordoncini sottili delle spalline, delle squame di pesce per impreziosire un bustino, un fiume di fili sottili che solca l’abito e si ramifica in affluenti nello sviluppo della gonna, piume, foglie di palme o di vite che fuoriescono dal décolleté per creare una sorta di bordo di pelliccia. Ho un’idea forse pagana con la quale immagino che ogni elemento sia governato e protetto da qualche piccola divinità e cerco a volte di trovarne una raffigurazione nelle mie leggere sculture di carta come un’Ondina azzurra che viene dall’acqua o una creatura dominata dai venti sotto forma di capelli-aquiloni.
Mi piace la sensazione di sogno e gioco che provo ogni volta che immagino di creare un personaggio di foggia umana partendo dallo spunto di un elemento naturale o di qualcosa che fa parte del mondo che mi circonda, che sia il fuoco, un libro o un complesso architettonico, come sarebbero in forma umana? E così inizio a immaginare, liberando completamente la mia fantasia.

E poi?

È un po’ come costruire un ponte, una casa o un’auto: all’inizio c’è l’idea, che vivo sempre come una vera e propria visione che anticipa la creazione del bozzetto. È la parte più impegnativa ma allo stesso tempo la mia preferita! Successivamente si passa alla fase di studio della struttura per stimarne la resistenza. La terza fase è quella del design, in cui definisco ogni minimo dettaglio del capo che ho immaginato: non importa quanto complesso sia ottenerlo, il risultato deve essere quello che il bozzetto mostra. Infine, l’assemblaggio che svolgo in compagnia dei miei assistenti che mi arricchiscono sempre con la loro personale creatività. L’ultimo step, di cui mi occupo personalmente, è quello di assicurarsi che tutto sia perfetto e, proprio come una stilista controlla meticolosamente le uscite prima della sfilata, io munita di colla, forbici e aria compressa sistemo un’applicazione staccata, correggo una curvatura o alleggerisco un volume.

Quando mi sono stati commissionati i 18 abiti, per la prima volta nella mia carriera, ho avuto la possibilità di lavorare proprio come una stilista, partendo dalla selezione delle grafiche presenti nell’archivio di textile design di F.FRI, abbinandole successivamente per colore e motivi tematici affini e creando forme e movimenti della carta come fosse tessuto, suggeriti da questi temi, che mi ispirassero “storie” da raccontare.
La carta utilizzata è stata gentilmente omaggiata dalla storica cartiera Cordenons, prodotta completamente con fibre riciclate e stampate con inchiostri a base vegetale dall’incredibile resa grafica nei colori, che ho poi modellato su modelle d’eccezione, i manichini di Bonaveri, leader internazionale nella produzione di manichini scultura, vere e proprie d’arte completamente biodegradabili, realizzate con una plastica naturale derivata dalla canna da zucchero.

Tra i messaggi che vuoi trasmettere col tuo lavoro, sicuramente c’è l’importanza della sostenibilità.

Mi ha sempre angosciato questo consumismo dilagante. Così, come tanti artisti, ho maturato una naturale inclinazione a trovare funzionalità e bellezza nelle cose apparentemente inutili, in tutto vedo nuove possibilità, che nascono da rielaborazioni e metamorfosi.
Questo istinto naturale mi ha portata, fin dall’inizio, a collaborare con realtà virtuose, come Comieco (Consorzio nazionale recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica) che, assieme ad altri artigiani, mi ha eletta a rappresentare il loro messaggio permettendomi di ergere la sostenibilità come centro del mio lavoro.

L’ultimo traguardo di questo percorso green – dettato dalla scelta stessa di lavorare con un materiale riciclabile all’infinito – è stata questa mostra per F.FRI, un’opportunità unica di diffondere attraverso la mia arte un messaggio di gentilezza e consapevolezza oltre che di bellezza, che si sposa perfettamente con il vostro nuovo progetto Punto Sostenibilità che sono stata orgogliosa di inaugurare al vernissage.


Chiara Ballo

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